Quarta edizione – 2017

Motivazioni del Premio Giorgetti 2017: gli autori premiati

SEZIONE LETTERARIA

Enrico Deaglio, “Storia vera e terribile tra Sicilia e America”, Sellerio editore, 2015.

Il giornalista scrittore Enrico Deaglio ricostruisce un evento quasi sconosciuto in Italia, un linciaggio collettivo immotivato e feroce, di cui furono vittime cinque giovani siciliani emigrati . negli Stati Uniti. La vicenda, legata alla “grande emigrazione” nelle Americhe di fine ottocento e primi del novecento, avvenne nel 1899 nel Sud, in Louisania. a Tallulah, un piccolo paese dove oltre il 90 per cento della popolazione era di colore, e dove le relazioni sociali erano dure e talvolta violente.

L’autore, nella ricostruzione, si muove su uno scenario sociale e culturale ampio, articolato, uno scenario ricco di analisi e di riflessioni, di pensiero e di memoria. Richiama le condizioni dei lavoratori neri, appena usciti dalla schiavitù, nelle piantagioni americane del sud, considera le condizioni delle classi povere meridionali e siciliane, strette tra spinte diverse; Le classi possidenti e i ceti politici postunitari “miravano a disfarsi del proprio popolo” attraverso l’emigrazione (sì da attenuare le tensioni nelle campagne), mentre le teorie razziste elaborate in Italia da Lombroso, Niceforo, Ferri, attraversavano l’oceano, contribuivano ad alimentare l’immagine della razza inferiore, legittimavano ostilità e violenza nei confronti degli emigrati meridionali.

Lo scrittore, in questo difficile percorso di ricerca, esplora e considera frammenti, testimonianze, spunti, che aiutino a ricostruire la vita sociale, la quotidianità, i rapporti sociali. Nella sperduta cittadina della Louisania, e nel contempo illumina in pagine intense la condizione sociale a Cefalù, nella terra da cui sono partiti. Nei decenni postunitari le speranze riposte in Garibaldi e nel nuovo stato unitario si erano spente e contadini e braccianti erano ripiombati nella miseria atavica e nella subordinazione sociale, una condizione di fatica e di marginalità simile a quella in cui vivevano i negri, dopo la guerra di secessione. Si apriva, per i contadini poveri e per i braccianti, per i piccoli artigiani, la prospettiva dell’emigrazione, incoraggiata dai possidenti e dai ceti politici.

Deaglio mette a fuoco i comportamenti e le responsabilità politiche dei ceti possidenti e dei ceti politici, dei ceti – italiani e americani – rispetto alla fragilità sociale, alla ostilità e al pregiudizio razziale.

Il linciaggio dei cinque siciliani non fu un fatto episodico.L’autore ricorda che la pratica del linciaggio si è ripetuta molte volte negli stati del sud e non ha suscitato molta indignazione. Alcune migliaia di persone sono state vittime di linciaggio “nei vent’anni che vanno dal 1887 e il 1907; il 90 per cento erano neri, ex schiavi o loro figli”. Il linciaggio pubblico “era la dimostrazione di un’altra legge,più profonda, vigente sul territorio”. “Nessun linciaggio,in 20 anni venne mai punito..metà delle vittime restaropno senza nome e senza sepoltura”.

La scrittura di Enrico Deaglio si sviluppa sicura e sciolta, ricca di pensiero e di memoria,incisiva, capace di coinvolgere il lettore, a tratti paradossale e ironica: la ricostruzione dell’evento è condotta con sguardo pensoso e amaro, e con la consapevolezza che quegli eventi drammatici e quelle dinamiche sociali aprono domande sulla storia del 900 e sugli eventi migratori del presente.

Arricchiscono la qualità del libro il testo poetico di Richard Wriht, poeta nero, nato nel Mississippi nel 1908 e il testo della “più lancinante canzone del Novecento”, scritta da Abel Meeropol, che parla di “strani frutti che pendono dagli alberi del sud”.

Enrico Deaglio è giornalista e scrittore, ha condotto importanti programmi televisivi, ha scritto diverse opere d’inchiesta, di ricerca sociale e politica. Attualmente vive tra Torino e San Francisco.

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Giulio Piscitelli, “Harraga. In viaggio bruciando le frontiere”, Contrasto, 2017.

Trovo l’opera di straordinaria attualità e di valor aggiunto visto che l’autore riporta la propria esperienza vissuta seguendo le travagliate traversate di profughi che intraprendono la via mediterranea.

Harraga è il termine con cui, in dialetto marocchino e algerino, si definisce il migrante che viaggia senza documenti, che “brucia le frontiere”. Piscitelli ha seguito le rotte dei migranti che provano a entrare in Europa. Lo ha fatto nel Mediterraneo orientale e in quello occidentale, imbarcandosi in Tunisia per raggiungere le coste italiane, documentando le enclave spagnole di Melilla, i viaggi verso Lampedusa, i profughi del Corno d’Africa che attraversano il deserto, i siriani, gli iracheni, gli afghani che approdano sulle isole greche nella speranza di raggiungere l’Europa.

L’autore ha raccolto testimonianze dirette, ha documentato i percorsi offrendo una ricca cartografia per lo più sconosciuta dei luoghi nell’entroterra del continente africano dove i migranti subiscono le violenze ancora prima di imbarcarsi. Il suo diario visivo ci presenta i volti delle persone, restituendo così alla loro storia anche l’identità perduta.

L’opera tratta il tema di migrazioni internazionali, in particolare la rotta mediterranea, e solleva le domande su una possibile via politica europea concreta (attualmente assente) per la gestione dell’emergenza esigendo una risposta coordinata che possa/debba contenere il rispetto dei diritti umani delle persone, dei gruppi e delle comunità.

Giulio Piscitelli è un fotografo italiano. Collabora con l’agenzia Contrasto dal 2013. Le sue foto sono state pubblicate su giornali e riviste in Italia e all’estero. Nel 2012 per il suo progetto From there to here, dedicato ai flussi migratori nel Mediterraneo, ha ottenuto una borsa di studio dal Magnum foundation emergency fund. A partire dal 2010 si è concentrato sulla crisi migratoria in Europa, producendo il lavoro da cui è tratto Harraga, il suo primo libro.

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SEZIONE DIRITTI UMANI

La sezione Diritti Umani ha assegnato il premio 2017 a Cagla Aykac, come membro del network “Academics for Peace” in Turchia. Nel gennaio 2016, 1128 accademici hanno firmato una petizione intitolata “Non saremo parte di questo crimine”, rivolta contro le operazioni militari nella regione curda della Turchia, che chiedeva di riprendere i negoziati di pace.

Tutti gli accademici che hanno firmato la petizione sono stati soggetti a minacce fisiche, e la maggior parte ha subito misure amministrative nelle loro università. Circa 600 sono stati licenziati, 4 hanno trascorso un mese in prigione, molti hanno perso il loro passaporto e tutti sono stati soggetti a diffamazione attraverso la propaganda di stato. Vedi anche il blog di Academics for Peace.

Nella settimana in cui è stato assegnato questo premio, 36 accademici sono stati messi sotto processo, insieme a 70 giornalisti, avvocati di spicco e rappresentanti politici. Zehra Dogan, artista e giornalista attualmente in prigione, testimonia la realtà di questa guerra.

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Centro Baobab di Roma

Nel 2004 nasce il Centro Baobab, una vecchia vetreria abbandonata, situata in via Cupa 5 tra il piazzale del Verano e la stazione Tiburtina. In questi anni il centro è stato utilizzato per attività culturali e di prima accoglienza. Dal 12 giugno 2015 questa struttura è diventata un contesto di azione autogestita da parte di liberi cittadini, che spontaneamente hanno prestato il loro tempo per accogliere migranti o rifugiati in transito sul territorio romano.

Siamo, quindi, un movimento formato da cittadini, lavoratori, disoccupati, studenti, medici, artisti e persone di ogni ceto sociale e di ogni generazione che da mesi si stanno mobilitando per i diritti dei migranti e il loro libero transito.

Al Baobab sono transitati più di 35.000 migranti (cifra stimata valutando le presenze ai pasti e considerando 4 giorni di permanenza media), accolti da almeno 200 volontari (e qui è impossibile fare una stima, in quanto non vengono prese le presenze e sono davvero tante le persone passate anche per solo poche ore a dare una mano) e sostenuti da centinaia di donatori. Sono circa 500 pasti serviti per tre volte al giorno, vestiti usati e donati ridistribuiti ai migranti, consegna di un kit di arrivo e di uno zaino per la partenza, attività culturali e ricreative per i nostri ospiti. Questa è l’offerta standard che al Baobab si cerca di ampliare con tutte le altre attività per non scadere nell’assistenzialismo.

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PROGRAMMA DELLA SERATA DI PREMIAZIONE

Ore 20.00 Inaugurazione della mostra “Harraga” di Giulio Piscitelli. La mostra rimarrà esposta nel foyer del Teatro Miela fino al 20 dicembre 2017

Ore 20.30 Serata di premiazione alla presenza dei premiati, con interventi teatrali di Sara Beinat, Silvia Padula e Lorenzo Zuffi.

Dopo la premiazione seguirà un rinfresco con cucina di vari paesi del mondo a cura delle comunità dei rifugiati di ICS Ufficio Rifugiati Onlus.

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Premio Giorgetti 2017: gli autori segnalati

A cura di Roberta Biagiarelli (fotografie di Luigi Ottani), “Dal libro dell’esodo”, Edizioni PIEMME, 2016.

Il libro documenta il lungo miglio di profughi con immagini e appunti tra Grecia e Macedonia, È un reportage di grandissima intensità e testimonianza “sulla forza e la dignità umana di chi cammina”. Saggi (tra altri) di Cécile Kyenge, Michele Nardelli e Paolo Rumiz.

L’opera tratta il tema di migrazioni internazionali, in particolare la rotta balcanica, e solleva le domande su una possibile via politica europea concreta (attualmente assente) per la gestione dell’emergenza, esige una risposta coordinata che possa/debba contenere il rispetto dei diritti umani delle persone, dei gruppi e delle comunità.

Le immagini e le parole di questo libro testimoniano la forza e la dignità umana di chi cammina, di chi sogna un futuro migliore e crede in un Europa – Casa. È un libro sui loro destini, ma è altrettanto sul nostro essere cittadini di questa Europa fortezza.

 

a cura di A. Di Maio, “Migrazioni/Migrations”, 66thand22nd, 2016

Sedici più sedici, omaggio al numero cosmico per gli yoruba, più uno diciassette, in ossequio al dio del caso. Sono i poeti italiani e nigeriani chiamati a raccolta da Wole Soyinka per costruire un ponte che dall’Africa conduce all’Europa, sulle tracce dei migranti del Mediterraneo. Parole che si intrecciano a immagini, perché senza immagine non c’è verità. Un omaggio a tutti coloro che solcano il mare in cerca di un futuro e in questo mare spesso trovano dimora eterna. Un’ode collettiva alla voce di quegli uomini, donne e bambini di cui nessuno riproduce l’eco.

Poesie di Chris Abani, Fabiano Alborghetti, Richard Ali, Ubah Cristina Ali Farah, Annelisa Alleva, Olufunmi Aluko, Stefano Benni, Silvia Bre, Ascanio Celestini, J.P. Clark-Bekederemo, Milo De Angelis, Erri De Luca, Chiedu Ezeanah, Dario Fo, Gëzim Hajdari, Ogaga Ifowodo, Jolanda Insana, Tade Ipadeola, Gimba Kakanda, Mia Lecomte, Valerio Magrelli, Razinatu T. Mohammed, Roberto Mussapi, Odia Ofeimun, Tolu Ogunlesi, Ify Omalicha, Armando Pajalich, Barbara Pumhösel, Massimo Sannelli, Wole Soyinka, Ben Tomoloju, Deji Toye, Uche Peter Umez, Jumoke Verissimo. Con due dipinti donati da Dario Fo.

 

Erminia Dell’Oro, “IL MARE DAVANTI. Storia di Tsegehans Weldeslassie”, Piemme, 2016

Si tratta del racconto di un lungo viaggio che porta il protagonista a scappare dall’Eritrea per sfuggire alla dittatura e per inseguire i suoi sogni. Un testo che lascia il segno nel lettore, giovane o attempato. L’autenticità della storia narrata si respira in ogni pagina. Anche il lettore europeo più pantofolaio rimane incastrato in questo viaggio e qualche granello di sabbia del deserto attraversato da Ziggy gli rimarrà addosso per ricordare che l’indifferenza per le migrazioni odierne può rendere complici.

La storia raccolta da Erminia Dell’Oro è un vero “pugno nello stomaco” del lettore, per l’autenticità e la contemporaneità del racconto. Il protagonista può essere considerato a tutti gli effetti coautore di questo viaggio diventato poi letterario.
Ziggy non è soltanto un personaggio di questo libro, è un sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo e oggi, dal vivo, la sua testimonianza – accanto all’autrice Erminia Dell’Oro – è quanto di più autentico si possa sentire sulle sofferte migrazioni odierne.

 

Elif Şafak, “Tre figlie di Eva”, Rizzoli, 2016

Tre ragazze, tre amiche diverse con un retroterra musulmano: la peccatrice, la credente e la dubbiosa. Il romanzo esplora il mondo femminile della cultura islamica in modo intelligente, dinamico, ironico. Un romanzo attuale che riguarda i tempi in cui stiamo vivendo.

Elif Şafak (Strasburgo, 25 ottobre 1971) è una scrittrice turca.
Ha pubblicato romanzi scritti in turco e in inglese ed è l’autrice più venduta in Turchia. Le sue opere sono tradotte in più di trenta lingue. È stata definita dai critici come un’autrice in cui si armonizzano in modo creativo la tradizione occidentale e quella orientale fino a generare un’opera narrativa che è insieme locale e universale. La sua opera attinge a diverse culture e tradizioni letterarie, così come ad un profondo interesse per la storia, la filosofia e la cultura orale.

 

Matteo Demonte e Ciaj Rocchi, “Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano”, Becco Giallo, 2017

Si tratta di una graphic novel molto particolare, in qualche modo il naturale seguito del precedente libro di questi due autori. Nel precedente “Primavere e Autunni” era stata narrata, con l’ausilio delle tavole, la storia del nonno di Matteo Demonte, cinese di terza generazione. Il signor Wu è stato uno dei pionieri della via dell’integrazione cinese nell’Europa contemporanea. Nel “Chinamen. Un secolo di cinesi a Milano” la narrazione passa dagli aspetti autobiografici alla ricerca attraverso interviste e documenti inediti per ripercorrere la storia collettiva dei lignaggi storici della migrazione cinese in Italia. Il libro si rivela uno scrigno dalle caratteristiche contemporanee per preservare la memoria e farne tesoro nella riflessione sulle migrazioni odierne.

Il libro, che ha il pregio della documentazione accurata e della saggistica divulgativa, ricostruisce cento anni di immigrazione cinese in Italia. Appare un ottimo strumento per confutare i diffusissimi pregiudizi nei confronti di una popolazione sempre più significativa a livello nazionale e internazionale.

I due autori hanno prodotto e promosso anche varie mostre legate ai loro lavori, con tavole di ottimo pregio artistico. L’ultima, legata al libro, è attualmente al Museo delle Culture di Milano. Una menzione del Premio Giorgetti potrebbe essere l’occasione per portare anche a Trieste, nel periodo della premiazione, la mostra ed il documentario prodotto dagli autori. Tutto questo in un’ottica di estensione delle varie modalità di svolgimento del Premio e un ampliamento delle forme espressive che lo costruiscono anche nella restituzione pubblica.

 

Hakan Günday, “Ancora”, Marcos y Marcos, 2016

Una storia tragica di trafficanti di esseri umani raccontata in modo crudo. Il dramma dell’immigrazione clandestina – avvincente e straziante.

Daha, ancóra: è l’unica parola turca che conoscono i migranti clandestini. Ancóra acqua, ancóra pane, ancóra speranza. Viaggiano nel cassone di un camion per monti e deserti, verso la costa turca dell’Egeo. Lì entra in gioco Ahad. Carica i migranti sul furgone, attraversa il bosco e li nasconde sottoterra, nella cisterna del suo giardino. Attendono lì, per settimane, sognando la Grecia. La cisterna è buia e spoglia, la governa un tiranno bambino: Gazâ, il figlio di Ahad. Cresciuto senza madre tra trafficanti di uomini, ha ricevuto un’unica lezione di vita: sopravvivi. E il suo cervello è diventato più veloce del suo cuore. Gazâ è un piccolo genio, sogna di studiare al liceo, all’università. Ma tra lui e i suoi sogni c’è di mezzo Ahad, padre padrone. È la cisterna, la sua scuola; Gazâ, scienziato in erba, studia il comportamento delle persone in cattività. Una notte di pioggia cambia tutto. Il furgone di Ahad esce di strada, i clandestini muoiono a decine nel precipizio. Gazâ vede l’inferno con i suoi occhi e non vuole più saperne dell’umanità. C’è una voce chiara, tuttavia, che lo chiama, dal profondo della sua mente. È la voce di Cuma, clandestino afgano, amico perduto. Dalle sue mani ha ricevuto l’unico bene al mondo che gli sia caro: una rana di carta. Con quell’origami in tasca, sempre tra le dita, con quella voce in testa, Gazâ cerca una via per la rinascita. Sarà questa rana, verde e salterina, a indicargli la strada. Il viaggio di un bambino cresciuto troppo in fretta alla ricerca dell’innocenza perduta. Un romanzo travolgente sulla schiavitù moderna, sulla necessità di sapere, e sperare ancóra, lottare ancóra.

Hakan Günday, nato a Rodi nel 1976, ha sangue turco e sguardo europeo. Figlio di diplomatici, cresce spostandosi da una città all’altra, per poi approdare a Istanbul, dove adesso vive. A ventitré anni, invece di varcare il portone dell’università, comincia a trascorrere le giornate al caffè di fronte e scrive il suo primo romanzo. Da allora ne ha scritti otto, diventando in Turchia l’autore che tutti gli editori vorrebbero pubblicare, perché è un mito tra i giovani e campione d’incassi in libreria.
Racconta storie a tinte forti con stile vivo e fulminante, con passione cocente e sensibilità delicata. Tra incroci inediti di Oriente e Occidente, Hakan Günday coglie la vita in situazioni estreme, stagliandosi come una voce nuova e forte dell’Europa più giovane che cambia. Dopo A con Zeta, celebrato come miglior libro del 2011 in Turchia e tradotto in diciannove lingue, Ancóra affronta il tema scottante dei migranti ed è in corso di pubblicazione in tutto il mondo. In Francia è stato il caso letterario dell’autunno 2015 e ha vinto il prestigioso Prix Médicis.

 

Flaviano Bianchini, “Migrantes”, BFS Editore 2015

La prigione, la solitudine, le piaghe, gli assalti di bande criminali, la fame, il freddo, il caldo, la sporcizia, la sete, la foresta, le montagne, il deserto e un muro da superare. Flaviano Bianchini a trent’anni decide di dire addio alla propria identità e al proprio passaporto per diventare Aymar Blanco, giovane peruviano in viaggio verso il sogno americano, da clandestino. In questo modo ci fa conoscere quel percorso di sogni e di morte, che già Oscar Martinez ha raccontato ne “La bestia”.

Flaviano Bianchini (Fabriano, Italia) è un ambientalista e naturalista. Ashoka Fellow dal 2012, è specializzato in Gestione e Valorizzazione delle Risorse Naturali presso l’Università di Pisa e ha conseguito un Master in Diritti Umani e Gestione di Conflitti presso la Scuola di Studi Superiori Sant’Anna; da diversi anni si occupa delle violazione dei Diritti Umani e dei danni alla salute relazionati con le industrie estrattive, specialmente in America Latina. I suoi studi sull’impatto delle attività estrattive su ambiente e salute hanno portato alla modifica della legge mineraria in Honduras, all’adozione di misure precauzionali da parte della Commissione Interamericana dei Diritti Umani in Guatemala e all’approvazione di leggi sul benessere della città di Cerro de Pasco in Perù. Tra il 2007 e il 2009 ha condotto una campagna di sensibilizzazione sull’impatto dell’attività mineraria in America Latina in collaborazione con Amnesty International. Candidato ambientalista dell’anno dalla rivista La nuova ecologia nel 2008 ha ricevuto il premio lavoratore sociale dall’università San Carlos del Guatemala nel 2006 e il premio Chatwin nel 2010 per il suo libro “In Tibet un viaggio clandestino”. Ha ricevuto l’Ashoka Fellowship nel 2012 ed è il fondatore ed il direttore di Source.

 

Yvan Sagnet, “Ghetto Italia”, Fandango, 2015

Ghetto Italia è un viaggio trasversale che si snoda attraverso paesaggi fisici e luoghi dell’anima, lungo strade polverose e arse dal torrido sole del Meridione che si ricongiungono al Nord Italia brumoso e impervio disegnando una mappa geografica costellata da sfruttamento, desolazione, indifferenza e razzismo. Dalla Puglia al Piemonte, celate agli sguardi, una galassia di capanne, baracche, ghetti pulviscolari dove “tutto sembra convergere sulla virtualizzazione del diritto in un mondo dove i doveri si smarriscono nel fiume di danaro dei guadagni dei più forti” a discapito dei centinaia e centinaia di braccianti agricoli stranieri che sulle nostre campagne vengono spogliati da ogni barlume di umanità, resi così trasparenti che forse di loro non resta che il sudore che imperla la loro fronte e che si confonde con il lucore della rugiada mattutina. Un reportage coraggioso, Ghetto Italia, che non si ferma alla mera registrazione di una realtà crudele e brutale ma che fa respirare al lettore il lezzo di deiezioni e diossina che aleggia nei ghetti, assaporare l’amarezza del senso di solitudine dei braccianti che si coricano sotto un cielo ostile, percepire la loro spossatezza psicologica e fisica dopo ore e ore di lavoro sottopagato e gestito da una “catena di furbetti laureati, criminali colletti bianchi, professionisti al servizio del guadagno facile”. Dopo Ghetto Italia, la passata di pomodoro che porteremo a tavola non avrà più lo stesso sapore così come lo spumante che accompagna i momenti augurali non potrà che rivelare il sudore che si cela dietro ogni singola bollicina.

Yvan Sagnet (4 aprile 1985) è nato a Douala in Camerun e vive tra Roma e Torino dove studia Ingegneria al Politecnico. Dopo la rivolta di Boncuri lavora per il sindacato dei Braccianti Agricoli della Cgil-Flai. Il libro è stato scritto insieme a Leonardo Palmisano.

 

Pino Fasano, “Come il bue di Rembrandt – Storia di un balordo dell’Est”, Edizioni Sensibili alle foglie, 2015

L’autore raccoglie e rielabora, in una scrittura fluida e aderente ai contenuti, la testimonianaza esistenziale e sociale di Jonas,immigrato dalla Cecoslovacchia. Il racconto della propria vita incrocia,a un certo punto, eventi importanti, la primavera di Praga e la successiva oppressione sovietica.
Dopo 10 anni di carcere come prigioniero politico, Jonas abbandona la propria terra per approdare prima in Austria e poi in Italia. Vive in condizioni di marginalità, tra sbandate esistenziali, spostamenti e nuove speranze, sostenuto talvolta dalle associazioni e da persone che entrano in contatto con lui.
Jonas è uno dei tanti invisibili che popolano le nostre città.
La riflessione dell’autore interviene a illuminare e a inquadrare il racconto testimonianza di Jonas nella realtà sociale italiana dei decenni recenti.

Pino Fasano, impiegato nel settore delle telecomunicazioni, è giornalista e direttore responsabile del periodico “Cotroneinforma”. La sua ricerca culturale ha illustrato momenti e volti della società meridionale e del movimento contadino (“Novantanove.Idealisti e sognatori nel ricordo della Repubblica napoletana”, “La figura di Rosario Migale nella storia dell’antagonismo politico”).

 

Alessandro Leogrande, “La Frontiera”, Feltrinelli, 2015

Dall’operazione Mare Nostrum ai trafficanti, chi soccorre e chi mette in pericolo le persone. E poi le persone: quelle che sopravvivono e quelle che muoiono. Quelle che arrivano alla frontiera marittima dell’Unione europea e finiscono intrappolate nella burocrazia, ostacolate da fili spinati reali e metaforici, recluse in centri dai mille acronimi.

Alessandro Leogrande è nato a Taranto nel 1977 e vive a Roma. È vicedirettore del mensile “Lo straniero”. Collabora con “il Corriere del Mezzogiorno”, “il Riformista”, “Saturno” (inserto culturale de “il Fatto Quotidiano”), Radio Tre. Ha scritto: Un mare nascosto(L’ancora del Mediterraneo, 2000), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (L’ancora del Mediterraneo, 2006), Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori, 2008), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (Fandango, 2010), Fumo sulla città (Fandango, 2013). Ha curato le antologie Nel Sud senza bussola. Venti voci per ritrovare l’orientamento (con Goffredo Fofi; L’ancora del Mediterraneo, 2002),Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio (minimum fax, 2010). Feltrinelli ha pubblicato Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (2011; premi Volponi e Kapuściński), da cui è stata tratta l’opera Katër i Radës, La frontiera (2015) e, nella collana digitale Zoom, Adriatico (2011).